Jacq si accorse dell’errore soltanto quando il treno era già ripartito. Aveva confuso il nome della stazione con quello della fermata successiva e adesso si trovava su un marciapiede deserto, davanti a un edificio grande quanto una casa di campagna.
Sul tabellone c’era un solo orario per il giorno successivo: metà pomeriggio. Jacq imprecò sottovoce. Aveva perso la coincidenza, la notte prenotata in città e la visita al tempio all’alba. Per qualche minuto rimase sulla banchina a fissare i binari, irritato soprattutto con se stesso per un errore così stupido.
Alla stazione non c’erano autobus in partenza e nessun taxi in attesa. Jacq provò a chiedere informazioni, ma capì presto che non avrebbe trovato un modo semplice per proseguire quel giorno. Poco distante vide l’insegna di una locanda, prese una stanza e lasciò lo zaino.
Aveva ancora diverse ore di luce e, visto che per quel giorno non sarebbe più riuscito a ripartire, decise almeno di vedere dove fosse capitato.
Superò poche case, un piccolo santuario e alcuni campi. Poi imboccò una strada secondaria che saliva leggermente fuori dal centro. La seguì senza sapere dove portasse e, dopo una curva, si trovò davanti a un lungo viale di ciliegi in piena fioritura. Non c’erano turisti né bancarelle, soltanto la strada vuota e le lanterne appese tra i rami.
Jacq percorse il viale lentamente e scattò diverse fotografie, cercando ogni volta un’inquadratura diversa.
Continuò a camminare finché il viale lasciò spazio a una strada più stretta tra i campi, poi tornò indietro prima che facesse buio. Il pomeriggio seguente riprese il treno e tornò al suo itinerario.
Due settimane dopo, rientrato a casa, guardò le centinaia di fotografie del viaggio. Quella che continuava ad aprire era sempre la stessa.
La foto del luogo in cui era arrivato soltanto perché aveva sbagliato fermata.

