La riunione che avrebbe dovuto trattenerlo in ufficio fino a tardi era saltata e aveva deciso di non avvisare Abigail. Pensò che avrebbero potuto cenare insieme, cosa che ormai capitava raramente.
Aprì la porta senza fare rumore. Dal corridoio sentì una voce maschile provenire dalla camera da letto. Rimase fermo per qualche secondo, poi avanzò lentamente e in silenzio. Dalla porta socchiusa della camera vide Abigail a letto con un altro uomo.
Non si accorsero di lui.
Phil tornò verso l’ingresso, richiuse la porta piano e scese le scale. In macchina rimase con le mani sul volante senza accendere il motore. Avrebbe potuto tornare sopra, affrontarli, chiedere da quanto tempo andava avanti, ma non lo fece.
Da almeno due anni lui e Abigail vivevano insieme quasi per abitudine. Cenavano a orari diversi, dormivano spesso voltati dalla parte opposta e avevano smesso di chiedersi dove fosse l’altro quando rincasava tardi. Nessuno aveva mai pronunciato la parola separazione.
Mise in moto.
Attraversò la città e parcheggiò davanti a un palazzo che conosceva bene. Suonò al quarto piano. Monica aprì con addosso una maglietta larga e lo guardò sorpresa.
«Che ci fai qui? Pensavo fossi a casa.»
Phil entrò senza rispondere. Conosceva quell’appartamento da quasi due anni: il divano dove avevano passato interi pomeriggi, la tazza che usava sempre, lo spazzolino nell’ultimo cassetto del bagno.
Monica lo osservò mentre si toglieva la giacca.
«Quanto puoi restare?»
Phil pensò ad Abigail, alla porta della camera rimasta socchiusa e a tutte le bugie che entrambi avevano continuato a raccontarsi.
«Questa volta non devo tornare a casa.»
Monica rimase in silenzio, ma iniziò a sorridere.
Phil chiuse la porta alle proprie spalle.

