La sirena d’allarme cominciò a suonare pochi secondi prima dell’impatto. Daniel ebbe appena il tempo di afferrarsi a una maniglia prima che il sommergibile urtasse il fondale. Le luci si spensero, ma la sirena continuò a risuonare nel buio. Quando si accesero quelle d’emergenza, l’acqua entrava con forza da una rottura nella parte posteriore del compartimento. Tra il fragore del getto e la sirena, qualcuno gridò di evacuare.
Daniel raggiunse la paratia insieme agli altri. Lewis era pochi metri dietro quando una struttura metallica, staccatasi durante l’impatto, gli cadde sulla gamba e lo bloccò a terra. Daniel tornò indietro e provò a sollevarla. Un altro uomo lo raggiunse e insieme riuscirono a spostarla di pochi centimetri, abbastanza da provocare un grido di dolore, prima che il peso ricadesse sulla gamba. Tentarono ancora, cambiando presa, mentre l’acqua saliva e la sirena copriva quasi le loro voci.
Dalla sala di controllo arrivò l’ordine di evacuare immediatamente il compartimento. Daniel continuò a tirare. L’acqua era ormai arrivata alle spalle dell’uomo intrappolato e il compagno dovette afferrarlo per un braccio e trascinarlo verso la paratia. Cercò di liberarsi dalla presa, gridando che non potevano lasciarlo lì. Attraversò per ultimo e si voltò. Lewis teneva il viso sollevato per respirare.
Il comandante ordinò di chiudere la paratia. Daniel scosse la testa. Dall’altra parte, Lewis lo fissò. «Chiudi.» La mano rimase stretta sulla leva. Lewis lo gridò una seconda volta. Solo allora la abbassò.
La paratia si chiuse. Il fragore dell’acqua diventò improvvisamente più lontano. Daniel rimase con una mano sulla leva, mentre gli altri uomini tacevano alle sue spalle. Dall’altra parte si sentiva ancora l’acqua invadere il compartimento. Rimase lì ad ascoltarla finché anche quel rumore cessò.
Quattro ore dopo arrivarono i soccorritori. L’equipaggio cominciò a essere riportato in superficie. Quando chiesero quanti uomini fossero rimasti a bordo, Daniel abbassò lo sguardo.
«Uno.»

