Thriller psicologico

La fotografia impossibile

Uomo seduto alla scrivania mentre osserva sul telefono una fotografia inquietante ricevuta da un mittente sconosciuto

Da undici mattine Andrea riceveva, alle 7:12 precise, una nuova fotografia. Nessun messaggio e nessun numero riconoscibile. Ogni immagine lo ritraeva il giorno precedente: al bar, davanti all’ufficio, in un parcheggio o mentre rientrava a casa. Aveva cambiato strada, orari e perfino supermercato, ma le fotografie continuavano ad arrivare. L’undicesima fu la peggiore: lo mostrava addormentato nel suo letto. Quella mattina presentò denuncia e nel pomeriggio fece installare delle telecamere nell’appartamento.

La mattina seguente, alle 7:12, il telefono vibrò. Questa volta l’immagine era diversa: non mostrava qualcosa accaduto il giorno prima. Andrea era seduto alla scrivania del suo ufficio, piegato in avanti, con una ferita alla tempia e una sottile traccia di sangue sul viso. Sulla parete alle sue spalle, l’orologio digitale segnava le 18:40.

Non andò al lavoro. Trascorse la giornata in luoghi affollati e alle cinque entrò in un centro commerciale, deciso a restarci fino a sera. Alle 18:10 ricevette un messaggio vocale da Elena, la collega a cui aveva raccontato delle fotografie. «Andrea, sono nel tuo ufficio. Devi vedere cosa ho trovato…» La registrazione si interruppe. Provò a richiamarla, ma il telefono risultava irraggiungibile. Esitò, poi la paura che le fosse successo qualcosa ebbe la meglio.

Alle 18:32 entrò nell’edificio e salì le scale di corsa. Quando raggiunse il suo ufficio, trovò la porta socchiusa. Elena non c’era. Sulla scrivania c’erano una macchina fotografica e le stampe di tutte le fotografie ricevute nei giorni precedenti. Andrea prese la foto ricevuta quella mattina alle 7:12 e la osservò con attenzione. Fu allora che notò un dettaglio che gli era sfuggito: l’uomo alla scrivania portava un anello alla mano destra. Andrea non portava anelli. Quello nella fotografia non era lui. Qualcuno aveva preparato quella foto usando un uomo che gli somigliava abbastanza da ingannarlo.

Alzò gli occhi verso l’orologio sulla parete. Erano le 18:39. Alle sue spalle, la porta si chiuse lentamente.



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