Mondi paralleli

La scala che mostrava altri mondi

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Quando la grande scala fu terminata, nessuno tra gli operai seppe spiegare a cosa servisse. Sorgeva oltre l’ultima fila di case, dove il deserto cominciava a cancellare ogni impronta, e terminava davanti a un enorme cerchio di pietra rivolto verso il cielo.

Soltanto i sacerdoti conoscevano il suo scopo. Una notte all’anno salivano fino all’ultimo gradino e disponevano sette lampade lungo il bordo. Quando la fiamma dell’ultima veniva accesa, dentro il cerchio il cielo spariva. Al suo posto comparivano altri mondi: montagne coperte di ghiaccio, foreste immense, mari colorati da due lune, città illuminate da luci alle quali nessun egizio avrebbe saputo dare un nome.

Chi provava ad avvicinarsi al cerchio incontrava soltanto la pietra. Il portale mostrava altri mondi, ma non permetteva di raggiungerli.

Per generazioni quello fu considerato un dono degli dèi. Kheper lo vide per la prima volta quando, ancora giovane scriba del tempio, venne scelto per iniziare il percorso sacerdotale. Rimase davanti al cerchio fino all’alba, osservando un mondo azzurro nel quale enormi uccelli attraversavano il cielo sopra una pianura sconfinata.

Negli anni successivi tornò a ogni cerimonia. Completò la sua formazione, divenne sacerdote e, molto tempo dopo, custode della scala, senza smettere di desiderare ciò che aveva visto dall’altra parte.

Una notte, ormai anziano, disse agli altri sacerdoti:

«Non rimpiango di essere rimasto qui. Ho vissuto la vita che mi è stata data e, in molti giorni, ne sono stato felice. Ma sapere che oltre il nostro cielo esistevano altri mondi mi ha impedito di confondere ciò che conoscevo con tutto ciò che era possibile.»

Secoli dopo il portale smise di accendersi. Il deserto cancellò il tempio, i nomi e quasi ogni traccia di chi lo aveva costruito. La scala rimase, rivolta verso un cielo apparentemente vuoto.



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