Alle nove e venti del mattino, Walter Hale parcheggiò la sua cabriolet davanti al barbiere. La strada era quasi vuota, ma scelse il solito posto, pochi metri prima dell’insegna. Spense il motore, infilò le chiavi nella tasca della giacca ed entrò nel negozio. Dall’altro lato della strada, il droghiere sistemava alcune cassette sul marciapiede. Passò un autobus, una donna uscì dalla farmacia e il semaforo continuò a cambiare colore sopra l’incrocio. Non c’era nulla che facesse pensare che quella mattina sarebbe stata l’ultima.
A mezzogiorno la cabriolet era ancora lì. La porta del barbiere era aperta, ma dentro non si vedeva nessuno. Le cassette del droghiere erano rimaste sul marciapiede e nel pomeriggio l’autobus delle cinque non passò. Le luci del semaforo continuarono a cambiare per ore davanti a una strada ormai vuota. Quella sera nessuno accese le insegne dei negozi.
Il giorno seguente la strada era ancora vuota. Le porte dei negozi erano rimaste aperte, il ristorante all’angolo aveva i tavoli apparecchiati e diverse automobili occupavano ancora i bordi delle strade come se i proprietari dovessero tornare da un momento all’altro. Alcune finestre erano aperte e le tende si muovevano con il vento. Su un balcone, dei panni rimasero appesi. Nessuno tornò.
Passarono gli anni. La polvere coprì il cruscotto della cabriolet, gli pneumatici si sgonfiarono e l’erba cominciò a crescere nelle crepe dell’asfalto. Le insegne scolorirono, alcune finestre si ruppero e gli edifici mostrarono sempre più chiaramente i segni dell’abbandono.
Molto tempo dopo, l’automobile di Walter era ancora davanti al barbiere. Nel vano portaoggetti c’era il giornale che aveva comprato la mattina in cui era scomparso. Le pagine erano ingiallite, ma la data si leggeva ancora.
Era la data dell’ultimo giorno in cui qualcuno aveva vissuto sulla Terra.

