Post-apocalittico

Il faro senza mare

Un faro e una nave abbandonata emergono dalla sabbia lungo quella che un tempo era una costa

Kim lasciava l’avamposto per giorni interi. Il suo compito era semplice: attraversare i territori abbandonati, individuare ciò che poteva essere recuperato e segnalarlo alle squadre di recupero.

Dopo il collasso climatico, il mare si era ritirato per centinaia di chilometri e gran parte delle vecchie coste era diventata deserto. Le carestie, le migrazioni e le guerre per le risorse avevano decimato la popolazione. I sopravvissuti vivevano in piccoli insediamenti molto distanti tra loro. Kim era nato in uno di quelli.

Per quella specifica perlustrazione gli era stata assegnata la vecchia linea costiera. La seguiva da tre giorni quando vide il faro. Poco distante, una nave giaceva inclinata nella sabbia.

Si avvicinò allo scafo e iniziò a valutarlo come faceva sempre. Metallo recuperabile. Parti meccaniche ancora utilizzabili. Cavi. Vetri. Qualunque cosa potesse servire alla colonia.

Mentre osservava la nave, alzò lo sguardo verso il faro. Per la prima volta da quando era partito, smise di pensare al materiale da recuperare. Aveva visto immagini del vecchio mondo negli archivi dell’avamposto: porti pieni di navi, spiagge affollate, pescatori che rientravano all’alba, uomini che attraversavano gli oceani per commerciare, combattere, esplorare o tornare a casa.

Pensò agli uomini che avevano costruito quella torre perché qualcuno potesse trovare la strada e a quelli che avevano costruito la nave per attraversare un mare che nessuno avrebbe immaginato potesse scomparire.

Registrò le coordinate e inviò la segnalazione. La nave conteneva abbastanza metallo da rifornire la colonia per mesi. Anche nel faro c’era molto da recuperare.

Prima di riprendere il cammino rimase qualche istante sulla sabbia. Quando le squadre fossero arrivate, di quel luogo sarebbe rimasto poco. Kim osservò ancora il faro e la nave, poi continuò lungo la vecchia costa.



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