Il professor Adrian Keller lavorava da quasi due ore alla base del sarcofago. Con un pennello sottile rimuoveva sabbia e residui dalle iscrizioni quando notò una zona del rivestimento leggermente sollevata. Continuò a pulire finché, sotto lo strato deteriorato, comparve il bordo di qualcosa che non era di pietra.
Lavorò con cautela per liberarne un angolo. Nello spessore del rivestimento era stata nascosta una sottile lamina d’oro, grande poco più di una mano. Keller la estrasse lentamente. Su una delle facce erano incise diverse righe di geroglifici, ancora perfettamente leggibili.
Cominciò a tradurle. Le prime righe sembravano una formula funeraria sulla morte e sul passaggio verso il regno dei morti. Poi il testo cambiava. Non descriveva più il viaggio del defunto, ma qualcosa che avrebbe dovuto restare confinato nella tomba insieme al suo corpo.
Keller smise di prendere appunti. Rilesse un passaggio, poi si voltò verso il sarcofago come se qualcuno avesse parlato.
Continuò a tradurre. Dopo qualche riga cancellò una frase dal taccuino e scrisse: «Non è morto». Poco dopo aggiunse: «Ci sente». Quando l’assistente provò a prendere la lamina, Keller la strinse al petto e gridò che ormai era troppo tardi per uscire dalla camera.
A metà del testo cominciò a rispondere sottovoce a domande che nessuno gli aveva rivolto. Prima annuiva, poi scuoteva la testa, infine supplicò qualcuno di smettere.
Quando raggiunse l’ultima riga, Keller lasciò cadere la lamina e arretrò fino alla parete. Gli assistenti gli parlarono, ma lui sembrava non riconoscerli. Continuava a fissare il sarcofago e a ripetere che non avrebbero mai dovuto riportarlo alla luce.
Poi si accovacciò, si coprì il volto con le mani e cominciò a piangere. Quando uno degli uomini tentò di avvicinarsi, Keller lo pregò di non fare rumore.
«Ci sta ascoltando.»
Nessuno ebbe il tempo di rispondere. Dall’interno del sarcofago arrivò un unico colpo sordo.

