Liam vide il quadro tornando dal lavoro. Era appeso al tronco di un vecchio albero, sopra un paio di scarpe lasciate nell’erba. Raffigurava un chiostro: colonne chiare, un cortile vuoto, una fontana e una porta in fondo al porticato. Si fermò per la stranezza della scena. Osservando quella porta, ebbe la sensazione di averla già vista. Rimase lì qualche secondo, senza capire perché, poi riprese il cammino. Per tutta la sera continuò a pensare a quel luogo.
Il giorno dopo il quadro era ancora lì. Liam tornò a guardarlo e gli venne in mente l’odore della pietra bagnata. Nei giorni successivi cominciò a passare apposta davanti all’albero. Ogni volta affiorava qualcosa: il suono di una campana, passi sotto gli archi, una mano adulta stretta alla sua. Frammenti lontani, troppo precisi per essere inventati.
Una sera riconobbe la fontana. Aveva sette anni ed era seduto sul bordo con una piccola valigia ai piedi. Suo padre parlava con un uomo vestito di nero. Liam ricordò di aver pianto e di avergli chiesto quando sarebbero tornati a casa. Poi vide suo padre allontanarsi lungo il porticato mentre lui rimaneva accanto alla valigia.
Il ricordo lo costrinse a sedersi sull’erba. Dopo la morte di sua madre, suo padre lo aveva lasciato in un collegio religioso. Per tutta la vita Liam aveva creduto di aver trascorso quel periodo a casa di una zia. Ora gli tornavano invece alla memoria le camerate, le preghiere prima di dormire e le sere passate ad aspettare che suo padre tornasse.
Rimase lì finché cominciò a fare buio.
La mattina seguente tornò all’albero. Nel quadro, sul bordo della fontana, sedeva un bambino con una valigia accanto. Liam riconobbe se stesso. Quando si voltò per andare via, le scarpe sotto l’albero erano scomparse. Abbassò lo sguardo sulle proprie, ci pensò qualche secondo, poi se le tolse e le sistemò sotto il quadro.
Riprese il sentiero a piedi nudi.

