Omar raggiunse la cresta poco prima dell’alba. Sotto di lui, la valle era invisibile, coperta da un mare di nuvole che lambiva la cresta. Più per curiosità che per coraggio, allungò uno scarpone verso quel bianco compatto.
Il piede non affondò. Omar rimase immobile, convinto di essersi lasciato ingannare dalla prospettiva, poi spostò lentamente il peso in avanti. Quella superficie impossibile resse. Fece altri due passi, finché si ritrovò a camminare sopra le nuvole.
La superficie cedeva appena sotto le scarpe, come neve compatta, e presto prese fiducia e camminò senza esitazione. Davanti a lui il sole emergeva tra le cime lontane, mentre alle sue spalle la cresta si allontanava. Non aveva una meta precisa, ma un obiettivo sì: andare oltre, superare quel limite che fino a quel momento aveva sempre considerato invalicabile.
Dopo qualche altro passo, la superficie sotto di lui cominciò a perdere consistenza. Il piede destro affondò fino alla caviglia e, quando Omar provò a tornare indietro, anche il sinistro sprofondò. Accelerò, ma a ogni passo le nuvole cedevano sempre di più. Presto gli arrivarono ai polpacci e la montagna era ormai troppo lontana per raggiungerla prima che sotto i suoi piedi non restasse più alcun appoggio.
Si fermò. Sotto quel bianco non vedeva nulla, ma sapeva a quale altezza si trovava. Guardò il cielo sopra di sé e pensò che, se le nuvole avevano potuto sostenerlo fino a quel momento, forse lassù non tutte le regole che conosceva valevano.
Allargò le braccia, prese slancio con gli ultimi passi che le nuvole gli concessero e si gettò nel vuoto. Per alcuni secondi precipitò, poi sentì la caduta rallentare finché rimase sospeso sopra la valle.
Molto più tardi, due escursionisti raggiunsero la cresta. Uno indicò una piccola figura lontana, sospesa contro il cielo azzurro, che continuava ad allontanarsi sopra il mare di nuvole.
Omar non camminava più.

