Low fantasy

Il carcere senza mura

Grande struttura geometrica in bianco e nero con archi, scale, terrazze, sfere di pietra e un prisma sospeso, circondata da montagne

La guardia lo accompagnò nella cella, gli tolse le manette e aprì la porta che dava sul complesso. Prima di andarsene indicò le scale, gli archi e le terrazze di pietra.

«La porta è aperta. Puoi andare dove vuoi.»

Elian pensò che fosse una presa in giro. Oltre la cella, il carcere non aveva recinzioni, cancelli né torrette di sorveglianza. Tra le strutture di pietra si vedevano perfino le montagne.

Partì dalla scala a sinistra del cortile. Salì fino al piano superiore, attraversò un arco e imboccò una lunga rampa che scendeva dall’altro lato della struttura. Da lì continuò seguendo ogni passaggio che sembrava portarlo verso l’esterno. Per quasi mezz’ora vide le montagne avvicinarsi tra un’apertura e l’altra e fu convinto di essersi lasciato il cortile alle spalle.

Attraversò un altro arco aspettandosi di trovare l’uscita. Dall’altra parte, invece, c’era di nuovo il cortile da cui era partito.

Ricominciò scegliendo il percorso opposto. Prima di partire si tolse una scarpa e la appoggiò accanto alla grande sfera di pietra, per essere certo che non esistessero due cortili identici. Dopo quarantacinque minuti arrivò davanti a una sfera. Ai suoi piedi c’era la sua scarpa.

La terza volta provò a segnare le pareti. La quarta contò i gradini. La quinta decise di non cambiare mai direzione, scegliendo sempre il passaggio più dritto davanti a sé. Ogni percorso era diverso, ma il punto d’arrivo restava lo stesso.

Seduto sotto uno degli archi, un detenuto anziano lo osservava.

«Quante strade ci sono?» chiese Elian.

«Non lo sappiamo.»

«E quante riportano qui?»

L’uomo sorrise appena. «Tutte.»

Solo allora Elian capì perché le guardie non sorvegliavano le uscite.

Non ce n’erano.



Condividi sui tuoi social

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *