Dalla prima notte dopo aver acquistato la casa, il nuovo proprietario aveva sentito rumori provenire dalla cantina: bottiglie che tintinnavano, colpi sordi contro la pietra e il suono lento, irregolare, di una catena trascinata sul pavimento. Per settimane era sceso con una torcia senza trovare nulla fuori posto, finché una sera notò che, in fondo alla cantina, una parte della parete era diversa dalle altre. I mattoni erano più piccoli, la malta più chiara, come se qualcuno avesse chiuso un’apertura molti anni prima.
Il giorno seguente prese martello e scalpello e cominciò a demolire quella porzione di muro. Dietro trovò una cavità stretta, alcuni anelli di ferro arrugginiti e uno scheletro rannicchiato contro il fondo. Accanto ai resti c’era una scatola di legno quasi marcita. Dentro trovò un foglio piegato più volte. C’erano scritti soltanto un nome e poche parole: «John Doe, assassino di bambini.» Nessuna firma, nessuna data, nessun indizio su chi lo avesse lasciato lì.
Il proprietario cercò quel nome negli archivi comunali e nei vecchi giornali. Scoprì che John Doe era arrivato in paese pochi mesi prima della scomparsa di due bambini e che bastò quello a renderlo sospetto. Alcuni abitanti dissero di averlo visto nei dintorni, altri raccontarono di averlo sentito minacciare uno dei piccoli. Nessuna testimonianza era stata verificata.
Ricostruì il processo sommario, la scomparsa dell’accusato e, molti anni dopo, la confessione di un altro uomo prima dell’impiccagione. Nella confessione indicava il luogo in cui aveva nascosto ciò che restava dei due bambini. Le ricerche avevano portato al ritrovamento dei resti e di alcuni oggetti riconosciuti dalle famiglie.
L’uomo trovato nella cantina era innocente.
I resti di John Doe vennero sepolti nel cimitero del paese sotto una lapide con il suo nome.
Da quella notte i rumori cessarono. Passarono diversi giorni nel silenzio, finché dalla cantina arrivò un ultimo, leggerissimo tintinnio di vetro.
Poi più nulla.

