Jennifer attraversava spesso il vecchio luna park per accorciare la strada verso casa. Era chiuso da anni e quasi tutte le attrazioni erano state smontate, ma la grande ruota panoramica era rimasta al suo posto, troppo costosa da rimuovere. Passò attraverso il solito varco nella recinzione e imboccò il vialetto che conosceva bene. Aveva quasi raggiunto l’uscita quando sentì un cigolio metallico alle sue spalle. Si voltò. La ruota panoramica si stava muovendo.
Jennifer rimase ferma. Non c’era corrente nel parco da anni, eppure le cabine scendevano lentamente, una dopo l’altra, tutte illuminate da una fievole luce interna. All’inizio le sembrarono vuote. Poi una raggiunse il punto più basso e Jennifer vide qualcuno seduto. Era suo padre. Smise di respirare per un istante. Suo padre era morto sei anni prima. Fece qualche passo verso la ruota, incapace di distogliere lo sguardo, e gridò il suo nome. Lui non reagì. Rimase immobile, con il volto rivolto davanti a sé, mentre la cabina risaliva lentamente.
Ne arrivò un’altra. Dentro c’era Elisa, la sua migliore amica ai tempi dell’università, morta in un incidente stradale. Nella successiva riconobbe sua nonna. Poi un vecchio vicino di casa che da bambina andava spesso a trovare. Volti appartenenti a momenti diversi della sua vita continuavano a passare davanti a lei. Anche gli altri restavano immobili e silenziosi.
La ruota continuò a girare. Un’altra cabina scese lentamente verso il punto più basso. A differenza delle precedenti, sembrava vuota. Jennifer la seguì con gli occhi. Solo quando arrivò quasi davanti a lei notò qualcosa sul sedile: un cartello bianco con due parole scritte in nero. Quando la cabina raggiunse il punto più basso riuscì a leggerle.
NON ANCORA
Jennifer sentì un brivido correrle lungo la schiena. La cabina superò lentamente il punto più basso e cominciò a risalire. Lei indietreggiò senza staccarle gli occhi di dosso. Pochi secondi dopo la ruota si fermò e nel luna park tornò il silenzio.

