Alessio era entrato in ospedale per andare a trovare sua sorella, ricoverata al quarto piano. Dopo aver sbagliato ascensore, seguì alcune indicazioni che lo portarono attraverso due corridoi e una porta tagliafuoco. Si accorse che qualcosa non tornava perché le luci di quel corridoio erano più soffuse ed erano accese una sì e una no, lasciando ampi tratti in penombra. Provò a tornare indietro, ma la porta da cui era passato non si aprì. Continuò allora tra stanze chiuse, vecchie targhette e pareti scolorite, cercando un’altra uscita.
Fu allora che sentì delle voci. Arrivavano da qualche parte davanti a lui, confuse ma abbastanza vicine da convincerlo che ci fosse qualcuno. Le seguì fino a una porta socchiusa da cui filtrava una luce pallida. Fece qualche passo verso quello spicchio di luce, quando dal fondo del corridoio arrivò un cigolio lento e regolare. Una sedia a rotelle vuota sbucò da dietro l’angolo, avanzò di qualche centimetro nella sua direzione e si fermò al centro del corridoio.
Alessio indietreggiò d’istinto. Per un attimo rimase immobile, con il respiro corto e gli occhi fissi sulla sedia, poi corse verso la porta illuminata e la spalancò, convinto di trovare le persone che aveva sentito parlare.
La stanza era un vecchio obitorio. Lungo le pareti correvano file di celle mortuarie, tutte aperte e vuote, illuminate da un’unica lampada al soffitto. Le voci continuavano a riempire la sala e adesso Alessio riusciva a distinguere alcune parole: pronunciavano nomi, uno dopo l’altro.
Si voltò verso la porta. La sedia a rotelle era ferma sulla soglia, ma non era più vuota. Un uomo pallido, immobile, con addosso un vecchio camice d’ospedale, era seduto rivolto verso di lui. In quello stesso istante le voci tacquero.
L’uomo sollevò lentamente la testa e pronunciò un ultimo nome: Alessio.

