Fantasy mitologico

La guardiana che lasciò fuggire un’anima

Donna vestita di rosso inginocchiata sul bordo di una grande vasca rettangolare scura vista dall’alto, mentre osserva la profondità sotto di lei

Ogni notte Livia percorreva il bordo della vasca e controllava che nessuna anima si avvicinasse troppo alla superficie. Dei dannati si vedevano soltanto frammenti: un volto, una mano, un’ombra che affiorava per pochi secondi prima di scomparire di nuovo nell’oscurità.

Livia era la guardiana delle anime. Non doveva giudicarle né ascoltarle; il suo compito era impedire che uscissero. Durante il turno indossava sempre il rosso, l’unico colore che i dannati riuscivano a distinguere dal fondo della vasca e che ricordava loro che il confine era ancora sorvegliato.

Quella notte qualcosa non tornava. L’acqua era troppo calma. Livia si inginocchiò per osservare meglio la superficie, poi si rialzò e riprese a percorrere il bordo. Fu allora che vide una serie di impronte bagnate sul pavimento, dirette verso l’uscita.

Le seguì lungo il corridoio fino al cancello. Oltre non c’era nessuno.

Tornò alla vasca, chiuse il grande sigillo di ferro che bloccava ogni passaggio e aprì il registro delle anime. I nomi erano annotati nell’ordine in cui i dannati erano stati imprigionati.

La prima riga era vuota: Metzethel, il primo dannato rinchiuso nella vasca.

Livia conosceva abbastanza bene quelle anime da sapere che, se una di loro riusciva a fuggire, cercava per prima cosa il luogo in cui aveva lasciato qualcosa di incompiuto. Nel registro, accanto al nome di Metzethel, compariva ancora l’indicazione del vecchio quartiere orientale.

Livia prese il mantello appeso accanto alla porta e controllò un’ultima volta il sigillo. Poi attraversò il cancello.

Le impronte erano già scomparse, ma non ne aveva più bisogno.



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