Nel regno di Nareth, la porta proibita veniva aperta una sola volta per ogni generazione. Nessuno sapeva chi l’avesse costruita. Era alta quanto una torre, incastonata nella pietra nera del santuario, e nessuno di quelli che l’avevano attraversata era mai tornato.
Elira aveva dodici anni quando i sacerdoti la scelsero. Da allora crebbe dentro il tempio, sapendo che un giorno la porta si sarebbe aperta per lei. Le parlarono di un viaggio sacro, di un passaggio che nessun essere umano poteva compiere due volte e di un destino riservato soltanto a pochi. Nessuno le spiegò che cosa ci fosse oltre la soglia, ma per anni le ripeterono che non avrebbe dovuto temere: ciò che l’aspettava apparteneva agli dèi.
Undici anni dopo, la porta si illuminò. Elira salì i gradini con l’abito bianco preparato per la cerimonia, mentre i sacerdoti rimasero ai piedi della scala. La luce cresceva dentro l’apertura, ma non illuminava davvero la sala: sembrava assorbire ogni cosa che le si avvicinava.
A pochi passi dalla soglia sentì qualcuno pronunciare il suo nome. Elira riconobbe subito la voce di sua madre, morta quando lei era ancora bambina. «Non entrare. Non c’è nessun viaggio dall’altra parte. C’è soltanto la morte, e loro lo sanno.»
Elira si voltò verso i sacerdoti. Il più anziano abbassò gli occhi, e quel gesto le bastò. Tutti quelli che l’avevano preceduta erano morti credendo di attraversare una soglia sacra, mentre generazione dopo generazione i sacerdoti avevano continuato a chiamarli prescelti.
Elira si tolse la cintura rossa, la lasciò cadere sui gradini e tornò indietro. La porta rimase aperta ancora per qualche minuto, poi la luce si spense. Per la prima volta da secoli, la porta si richiuse senza che nessuno l’avesse attraversata.

