Nel regno di Amonet i templi degli Antichi non erano rovine. Nessuno sapeva chi li avesse costruiti davvero, ma da secoli facevano parte della vita quotidiana: vi si celebravano riti, si amministrava la giustizia e si tenevano riunioni.
Tarek lavorava nel grande tempio della capitale da quasi vent’anni e ne conosceva ogni sala. Proprio per questo si accorse subito che il ronzio proveniente dal santuario orientale non somigliava a nessun rumore che avesse mai sentito lì dentro.
Per giorni cercarono di individuarne l’origine. Il suono aumentava vicino a una parete e, con il passare del tempo, la vibrazione divenne chiaramente percepibile appoggiando una mano sulla pietra. Il consiglio autorizzò i muratori a rimuovere alcuni blocchi.
Dietro la muratura comparvero elementi metallici ancora intatti. Continuando a liberare la zona, emerse il profilo di una grande porta nascosta nella struttura del tempio. Quando l’ultimo blocco venne tolto, il ronzio cambiò tono. Le parti metalliche si illuminarono e la porta si aprì da sola.
Oltre la soglia c’era una stanza dalle pareti nere e lisce. Linee di luce correvano lungo il pavimento senza fiamme né cristalli. Strutture di metallo emergevano dalla pietra e alcune pulsavano con un bagliore debole e regolare.
Nessuno entrò subito.
Tarek fu il primo a fare un passo avanti. Una superficie sulla parete si accese al suo passaggio e comparvero file di simboli sconosciuti. Poi, nell’ombra sul fondo della sala, qualcosa mosse lentamente la testa.
Era una figura colossale, seduta contro la parete. Il volto, la corona e le proporzioni erano identici a quelli delle statue davanti alle quali Tarek aveva pregato fin da bambino. Ma quella figura non era di pietra. Era fatta di metallo, giunture e luce.
Aprì gli occhi e Tarek indietreggiò.
Aveva pregato quel volto per tutta la vita, eppure ora lo vedeva per la prima volta.

