Stefano correva nel campo stringendo il rocchetto tra le mani e guardando continuamente verso il cielo. L’aquilone lo aveva costruito suo padre la sera prima con stecche sottili, carta e qualche pezzo di spago. Stefano gli era rimasto accanto per tutto il tempo, curioso di vedere come sarebbe venuto. Pendeva leggermente da un lato e la coda era un po’ più corta del previsto, ma per lui era bellissimo.
Quella mattina era uscito subito dopo colazione e aveva raggiunto il grande campo dietro casa. I primi tentativi erano andati male. L’aquilone cadeva quasi subito, oppure il vento lo prendeva male e lo faceva finire a terra. Stefano lo raccoglieva, controllava che la carta non si fosse strappata e riprovava. Ogni tanto si sedeva sull’erba per riprendere fiato, poi bastava sentire una nuova folata per rimettersi in piedi. Non aveva fretta. Davanti a sé aveva ancora tutta la giornata.
Poi arrivò una raffica più forte e l’aquilone si sollevò, superò le cime degli alberi e cominciò a salire. Stefano corse più forte, ridendo mentre il filo gli scivolava tra le dita. Continuò finché gli fecero male le gambe e il respiro diventò corto, poi si fermò in mezzo al campo e alzò la testa.
Per qualche minuto rimase semplicemente lì. Sentiva il vento sul viso e il filo che tirava leggermente tra le mani. Guardò l’aquilone diventare sempre più piccolo nel cielo. Avrebbe voluto che salisse ancora, ma allo stesso tempo stringeva forte il rocchetto, quasi avesse paura di perderlo.
Quando il sole cominciò a scendere, riavvolse lentamente il filo. Prima di tornare a casa guardò ancora una volta il campo vuoto, poi si mise l’aquilone sotto il braccio e riprese il sentiero.
Quel giorno non era successo niente di straordinario.
Stefano, però, era stato felice.

