Da quando Lorraine era morta, Thomas aveva cercato di mantenere le sue abitudini.
La mattina usciva presto, comprava il giornale e prendeva un caffè nello stesso bar. A volte passava dal mercato, altre camminava senza una destinazione precisa. Tornato a casa, trovava sempre qualcosa da sistemare. I figli lo chiamavano spesso, soprattutto nei primi mesi. Poi le telefonate erano diventate meno frequenti. Non per indifferenza. La vita, semplicemente, andava avanti.
Thomas preparava da mangiare, guardava il telegiornale, metteva in ordine la cucina. Ogni tanto scambiava qualche parola con un vicino o si fermava più a lungo del necessario davanti a una vetrina. Le giornate scorrevano senza grandi differenze tra loro, scandite da gesti semplici che ormai compiva quasi senza pensarci.
La sera era diversa. Con il passare delle ore la casa diventava più silenziosa e le stanze sembravano allargarsi. Entrava in camera e ogni volta aveva la stessa sensazione: il letto era diventato troppo grande.
Per cinquantadue anni aveva dormito accanto a Lorraine. Avevano condiviso quel letto da giovani, quando parlavano fino a tardi, e poi negli anni in cui bastavano poche parole prima di spegnere la luce. Con il tempo anche il silenzio era diventato un modo di stare insieme.
Conosceva il rumore del suo respiro, il modo in cui si girava nel sonno, il leggero movimento del materasso quando si alzava durante la notte. Erano cose alle quali non aveva mai dato importanza finché non erano scomparse.
Thomas si coricò sul proprio lato e rimase a guardare il soffitto. Non aveva più paura della morte. Quello che lo spaventava era quanto tempo avrebbe dovuto aspettarla.
Spense la lampada. Nel buio, il letto gli sembrò ancora più grande.
Aspettò il sonno e, come ogni sera, qualcosa di più.

