Andrea rimase qualche secondo davanti alla porta con la chiave già infilata nella serratura. Non entrava in quella casa da quasi otto anni, dalla sera in cui aveva litigato con suo padre ed era uscito convinto che sarebbe tornato la settimana successiva.
Ma nessuno dei due cedette.
Due giorni dopo il funerale, Andrea tornò da solo nell’appartamento del padre. Da quando era uscito dalla chiesa continuava a ripensare a quella sera e agli anni persi per una discussione. Aprì e trovò tutto quasi come lo ricordava: il mobile all’ingresso, le fotografie, il vecchio orologio che continuava a segnare l’ora con un ticchettio troppo forte nel silenzio dell’appartamento.
Andrea andò prima nella sua vecchia stanza. Il letto era stato sostituito da alcuni scatoloni e sulla libreria erano rimasti pochi oggetti che suo padre non aveva mai spostato. Li guardò per qualche secondo, poi passò nello studio.
Nel cassetto della scrivania trovò una cartellina con il proprio nome. Pensò a documenti di famiglia. Dentro c’erano invece ritagli di giornale, stampe di pagine internet e fotografie raccolte negli anni. Tutto riguardava lui: il nuovo lavoro, un premio ricevuto dalla sua azienda, persino una breve intervista pubblicata mesi prima.
Andrea rimase in piedi davanti alla scrivania, passando in rassegna quei fogli uno dopo l’altro.
Suo padre non gli aveva mai telefonato. Andrea, per orgoglio, non lo aveva mai cercato. Eppure suo padre aveva continuato a seguirne la vita da lontano. Sfogliò ancora la cartellina, ma arrivato al quarto foglio dovette fermarsi. Le lacrime gli offuscarono la vista.
Andrea rimise tutto nella cartellina e la portò con sé. Prima di uscire si fermò sulla soglia e guardò ancora una volta l’appartamento. Per otto anni aveva creduto che ci sarebbe stato tempo per rimediare. Ora quella porta poteva riportarlo dentro la casa, ma non più dentro la vita di suo padre.

