Ariel sorvegliava quella porta da così tanto tempo da non ricordare più chi gli avesse assegnato il compito. Da lì vedeva il mondo degli uomini scorrere sotto di lui: nascite, partenze, errori, ritorni. Li aveva osservati cambiare idea, perdere qualcuno, prendere decisioni sbagliate e ricominciare. A lui, invece, nessuno aveva mai lasciato una scelta. Ogni cosa aveva il suo ordine e ogni gesto il proprio posto.
Una mattina attraversò il passaggio che aveva sorvegliato per secoli e scese verso il mare. Conosceva l’acqua da sempre, ma non aveva mai sentito il vento sulla pelle né l’odore del sale così vicino. Volare, lì sotto, richiedeva fatica. Le correnti lo spostavano e Ariel doveva continuamente correggere la direzione. Eppure quella fatica gli piacque.
Quando vide la costa in lontananza, le nuvole alle sue spalle cambiarono forma. Una mano enorme emerse dal cielo e si protese verso di lui. Ariel riconobbe subito la voce che pronunciò il suo nome. Non servivano altre parole: doveva tornare.
Per qualche secondo rallentò. Tornare significava ritrovare ciò che conosceva, senza fame, senza paura e senza il rischio di perdersi. Davanti a lui, invece, c’erano case, strade e persone che non sapevano nulla della sua esistenza.
L’angelo in fuga guardò ancora una volta verso la costa e accelerò. La mano arrivò abbastanza vicina da sfiorargli una piuma, poi rimase indietro.
Ariel continuò a volare senza sapere dove sarebbe atterrato né cosa avrebbe fatto una volta raggiunta la Terra.
Per la prima volta, nessuno aveva già scritto il suo futuro.

