Sociale

La solitudine della geisha

Geisha in kimono vista di spalle davanti al proprio ritratto, in una stanza giapponese con grande apertura circolare affacciata sul paesaggio

Durante il banchetto non lasciò mai vedere quanto fosse stanca. Aveva versato il sake senza interrompere le conversazioni, ricordato il nome del figlio di un mercante, chiesto notizie della moglie malata di un altro ospite e riso al momento giusto quando uno dei presenti aveva raccontato per la seconda volta la stessa storia. Più tardi aveva suonato per loro e ascoltato confidenze che quegli uomini probabilmente non avrebbero fatto nemmeno alle proprie famiglie.

La serata terminò lentamente. Uno degli ospiti si congedò perché aveva promesso al figlio di tornare in tempo per augurargli la buonanotte; un altro disse che la moglie lo avrebbe rimproverato per l’ora. Quando anche gli ultimi uomini lasciarono la casa da tè, lei salutò la padrona e uscì.

Percorse in silenzio la strada verso casa. Quando arrivò, entrò nella propria stanza, tolse gli ornamenti dai capelli e si sedette davanti al ritratto appeso al muro. Si struccò lentamente, liberando il viso dal bianco che aveva portato per tutta la sera. La donna del ritratto aveva ancora il kimono perfettamente sistemato e la stessa espressione calma che lei aveva mostrato agli ospiti.

A volte, quando tornava a casa e restava sola, le veniva in mente qualcosa che avrebbe voluto raccontare: un episodio della giornata, un ricordo affiorato senza motivo, qualcosa che l’aveva preoccupata. Ma non aveva nessuno a cui raccontarlo.

Quella sera rimase seduta più a lungo del solito. Aveva trascorso ore ascoltando uomini che temevano di perdere un figlio, una moglie, una casa, un affare. Conosceva le loro preoccupazioni, le abitudini, perfino alcune delle loro vergogne.

Di lei conoscevano soltanto ciò per cui pagavano.

Prima di andare a dormire spense la lampada. Il ritratto sparì nel buio. Lei rimase ancora qualche istante seduta lì, senza avere nessuno a cui augurare la buonanotte.



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