L’uomo aveva impiegato meno di un minuto a forzare la portiera e poco di più a mettere in moto. Aveva già iniziato la manovra per uscire dal parcheggio quando, guardando nello specchietto retrovisore, vide un uomo fermo a pochi metri dall’auto che lo fissava. Per un istante tolse il piede dall’acceleratore senza muoversi, poi partì verso la rampa.
Raggiunta la rampa che portava all’uscita, trovò la sbarra abbassata e fu costretto a frenare. Aprì in fretta il vano portaoggetti e cercò un ticket, una tessera o un telecomando, mentre nello specchietto vedeva l’uomo avvicinarsi lentamente a piedi. Provò allora a fare retromarcia per tornare tra le file delle auto, ma ormai era troppo tardi. Cercò di scappare dal lato passeggero, ma il proprietario raggiunse la portiera del conducente, la spalancò, lo afferrò per la giacca e lo trascinò fuori dall’abitacolo.
Caduto sul cemento, il ladro cercò di rialzarsi, ma un colpo lo rimandò a terra. Fu in quel momento, guardando finalmente in faccia l’uomo, che lo riconobbe: era una delle guardie del corpo di Santino Clemenza, capo della famiglia mafiosa più potente del paese. Aveva visto il suo volto più volte sui giornali, sempre qualche passo dietro al boss. Provò a spiegargli che non sapeva di chi fosse l’auto e che l’aveva scelta soltanto perché era un modello costoso, uno di quelli che avrebbe potuto rivendere bene.
L’uomo lo ascoltò senza interromperlo, poi estrasse una pistola dalla giacca e gli sparò. Il colpo rimbombò tra le pareti del parcheggio. Ripose l’arma, salì al volante, prese la tessera dal portafoglio e la avvicinò al lettore della sbarra. Quando questa si sollevò, imboccò la rampa, lasciando il ladro a terra sul cemento.

