Il ragazzo spinse la porta insieme al padre finché riuscirono ad aprire un passaggio nella pomice accumulata all’esterno. Avevano trascorso la notte dentro casa, spostandosi ogni volta che una scossa faceva cadere calcinacci o il peso dei lapilli faceva scricchiolare il tetto. Restare lì era diventato troppo pericoloso.
La madre si avvolse un panno davanti alla bocca e fece lo stesso con il figlio più piccolo. L’aria era carica di cenere e polvere, respirare provocava continui colpi di tosse e fuori la luce del mattino filtrava appena attraverso la nube che copriva la città. Il ragazzo prese una sacca, ma il padre gliela tolse di mano e la lasciò a terra.
In strada avanzarono sulla pomice che aveva ormai ricoperto il selciato. Alcuni edifici avevano perso parte del tetto, altri mostravano crepe aperte dalle scosse. Le poche persone ancora fuori camminavano con il volto coperto e cercavano di dirigersi lontano dal Vesuvio, mentre la cenere rendeva sempre più difficile riconoscere le strade e vedere oltre pochi edifici.
Raggiunsero una vasca che il ragazzo conosceva bene. L’acqua era scomparsa sotto la cenere e i frammenti di pomice. Sua madre si fermò un momento per respirare, piegata in avanti e con il panno ancora stretto sulla bocca.
Fu allora che sentirono un rumore nuovo, che proveniva dalla direzione del Vesuvio. Il padre sollevò il bambino più piccolo, mentre il ragazzo afferrò sua madre per il braccio e la trascinò con sé.
La cenere divenne così fitta che gli edifici dall’altra parte della strada scomparvero. Il ragazzo continuò a correre stringendo la mano di sua madre, mentre alle loro spalle il fragore diventava sempre più vicino.
Poi non vide più neppure lei.

