Da qualche settimana Emma faceva molta fatica ad alzarsi dal letto. Pensava fosse colpa dell’età, del caldo o delle notti in cui dormiva male e aveva continuato a rimandare l’idea di farsi controllare. Viveva sola da quando suo marito era morto e si era abituata a organizzarsi senza pesare su nessuno.
I suoi figli chiamavano sempre meno. Marco lavorava fino a tardi e aveva due bambini piccoli. Elisa abitava a quasi due ore di distanza e ogni volta prometteva che sarebbe passata appena possibile. Emma li giustificava entrambi.
Una mattina si svegliò con le gambe pesanti e una sensazione di vuoto alla testa. Provò a sedersi sul bordo del letto, ma le girò la testa e dovette appoggiarsi di nuovo al cuscino. Aspettò qualche minuto, convinta che sarebbe passato. Dalla finestra aperta entrava aria fresca e la tenda si gonfiava verso l’interno prima di ricadere lentamente.
Pensò di chiamare qualcuno, poi ricordò che il telefono era in cucina, collegato al caricabatterie come ogni notte. Decise di aspettare ancora un po’.
Verso mezzogiorno Emma tentò ancora di alzarsi. Riuscì a mettere i piedi a terra, ma appena spostò il peso sulle gambe una vertigine la costrinse a tornare sul materasso. Aveva la bocca asciutta, respirava più in fretta e sentiva un sudore freddo sulla fronte. Guardò verso la porta della camera. Il telefono era in cucina, dall’altra parte del corridoio, e per la prima volta quella distanza le sembrò enorme.
Aspettò ancora, sperando di recuperare le forze.
Nel pomeriggio Emma faceva sempre più fatica a tenere gli occhi aperti. Si addormentava per pochi minuti e si svegliava senza capire quanto tempo fosse passato.
Quando la luce cominciò a diminuire, Emma guardò ancora la tenda muoversi davanti alla finestra. Pensò a Marco e a Elisa. Forse uno dei due avrebbe chiamato quella sera.
Chiuse gli occhi.
In cucina, il telefono rimase in silenzio.

