L’oggetto entrò nel Sistema Solare senza trasmettere alcun segnale di comunicazione. Era lungo quasi 40 chilometri e viaggiava abbastanza lentamente da permettere alla Magellano di raggiungerlo mentre passava a pochi milioni di chilometri da Giove.
La Magellano atterrò sul lato rivolto verso il gigante gassoso e si ancorò alla superficie mediante magneti. Lanciarono un drone spaziale, che individuò a meno di cento metri una struttura simile a un ingresso. Quattro dei sei astronauti uscirono dalla Magellano e, assicurati alla superficie con gli stivali magnetici, la raggiunsero.
Sfiorarono quello che sembrava un comando e la porta si aprì su una camera di decompressione. Entrarono tutti e quattro. L’interno sembrava costruito a misura d’uomo: corridoi illuminati, porte, soffitti all’altezza giusta. Gli strumenti rilevarono aria respirabile e una gravità identica a quella terrestre. Si guardarono e tolsero i caschi.
In quel preciso momento sentirono una vibrazione attraversare la struttura. L’oggetto aveva cambiato rotta.
Reyes chiamò la Magellano, correndo verso la camera di decompressione da cui erano entrati. La porta non si aprì e la Magellano non rispose alle chiamate.
«Siamo chiusi dentro», disse Mikail.
Vagarono per i corridoi finché raggiunsero una grande parete trasparente. Oltre il vetro, uno spazio immenso ospitava decine di sezioni separate. Alcune contenevano vegetazione, altre acqua, rocce o atmosfere dense di vapori. Da molte di quelle sezioni, esseri che nessun biologo terrestre avrebbe saputo classificare li osservavano attraverso il vetro.
«È un’arca», disse la comandante Reyes.
Una porta si aprì alle loro spalle. Oltre c’era un ambiente perfettamente terrestre che si estendeva per centinaia di metri: terreno, erba, acqua e alcune piante. Uno degli astronauti controllò lo strumento e confermò che anche la composizione chimica corrispondeva a quella terrestre.
Reyes tornò indietro. L’ingresso da cui erano arrivati non esisteva più.
L’arca aveva completato la raccolta.

